RIPARTONO I MERCATI DOPO LA SOSTA
Il mese di luglio, dal punto di vista delle notizie economiche e finanziarie, inizia di fatto oggi, lunedì 6.
I mercati si sono rasserenati, soprattutto dopo la firma dell’accordo tra Stati Uniti e Iran per un cessate il fuoco duraturo e, in particolare, in seguito alla riapertura dello Stretto di Hormuz, che ha registrato un significativo aumento del traffico di petroliere.
I prezzi dell’energia sono crollati. Tuttavia, questo non ha generato una discesa dei rendimenti dei titoli di Stato, che continuano invece a segnalare una certa probabilità che le banche centrali possano mantenere un orientamento restrittivo e, se necessario, aumentare ulteriormente il costo del denaro nel prossimo autunno.
La Federal Reserve pubblicherà i verbali della riunione di giugno, offrendo ulteriori spunti di riflessione su un FOMC ancora diviso. Sul fronte macroeconomico, l’attenzione sarà rivolta all’indice ISM dei servizi e ai dati della bilancia commerciale statunitense.
Anche la BCE pubblicherà le minute dell’ultima riunione di politica monetaria. Germania e Italia diffonderanno i dati sulla produzione industriale, mentre la Germania si unirà alla Francia nella pubblicazione dei dati sul commercio estero.
In Giappone, una settimana ricca di statistiche economiche sarà caratterizzata dalla pubblicazione dei dati relativi alla spesa delle famiglie, agli ordini di macchine utensili, ai prezzi alla produzione e al saldo delle partite correnti, in un contesto di forte pressione sullo yen e sui titoli di Stato giapponesi.
Da non dimenticare anche la pubblicazione dell’inflazione in Cina. In Oceania, invece, l’attenzione sarà concentrata sulla decisione della RBNZ in materia di tassi d’interesse.
VALUTE
Sul mercato valutario, il dollaro ha perso terreno a causa dell’aumento delle probabilità che la Federal Reserve riduca le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi, soprattutto dopo il crollo dei prezzi del petrolio.
L’indice del dollaro è rimasto sotto quota 101 lunedì, dopo aver registrato perdite settimanali legate a dati sul mercato del lavoro statunitense inferiori alle attese e al calo dei prezzi del greggio, fattori che hanno indotto gli operatori a ridimensionare le aspettative di una politica monetaria più restrittiva.
I dati pubblicati la scorsa settimana hanno mostrato un incremento di soli 57.000 posti di lavoro non agricoli negli Stati Uniti nel mese di giugno, il dato più debole degli ultimi quattro mesi e nettamente inferiore alle previsioni di 110.000 unità.
Anche il petrolio ha registrato una leggera flessione, poiché la ripresa dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz e la prospettiva di un aumento della produzione OPEC+ hanno alimentato i timori di un possibile eccesso di offerta.
L’EUR/USD è salito da 1,1320 a 1,1470, per poi correggere leggermente in attesa di nuove indicazioni dal mercato. Va tuttavia sottolineato che la moneta unica non sembra ancora avere la forza necessaria per rompere al rialzo in modo deciso. La soglia di 1,1500 potrebbe quindi rappresentare una resistenza particolarmente difficile da superare.
Il cambio GBP/USD (Cable) si mantiene in area 1,3340, sostenuto dagli acquisti di sterline contro euro. Di conseguenza, l’EUR/GBP potrebbe scendere verso l’obiettivo di 0,8490.
Il tema centrale del mercato valutario resta però lo yen giapponese. Per il momento, la valuta nipponica non riesce a rafforzarsi in modo significativo, nonostante le minacce d’intervento della Bank of Japan. Il cambio USD/JPY è tornato in area 162,00 dopo una fase di recupero dello yen che aveva portato il mercato a testare la resistenza di 160,50, sostenuto dai ripetuti price checking della banca centrale, senza tuttavia alcuna conferma ufficiale di interventi diretti sul mercato.
La sfida tra gli operatori speculativi — con posizioni lunghe stimate in circa 400 miliardi di dollari sulla base del COT e dei mercati futures, e conseguentemente anche sul mercato spot — e la banca centrale resta aperta, nella consapevolezza che la Federal Reserve potrebbe eventualmente supportare le autorità giapponesi.
PETROLIO
Lunedì il petrolio greggio viene scambiato sotto i 69 dollari al barile, mantenendosi vicino ai minimi registrati dalla fine di febbraio.
La ripresa dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz e le aspettative di una maggiore produzione da parte dell’OPEC+ hanno infatti alimentato i timori di un potenziale eccesso di offerta.
I membri dell’OPEC+ hanno approvato un ulteriore e moderato aumento delle quote produttive per il prossimo mese. Sette Paesi, guidati da Arabia Saudita e Russia, hanno concordato un incremento della produzione pari a 188.000 barili al giorno.
La decisione riflette la maggiore fiducia del gruppo nelle condizioni del mercato energetico, favorita dalla progressiva stabilizzazione della situazione geopolitica in Medio Oriente.
Anche i principali produttori del Golfo Persico hanno aumentato l’offerta. Le esportazioni dell’Arabia Saudita si sono avvicinate ai livelli precedenti al conflitto, mentre gli Emirati Arabi Uniti, che avevano temporaneamente lasciato l’OPEC durante la crisi, hanno ripristinato le spedizioni.
Nel frattempo, il traffico delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz ha mostrato evidenti segnali di normalizzazione dopo le anomalie registrate nei giorni precedenti, quando diverse navi avevano effettuato inversioni di rotta e deviazioni lungo una delle più importanti arterie energetiche mondiali.
ORO
Questa mattina l’oro ha corretto di circa 50 dollari dopo aver testato i 4.200 dollari l’oncia, mantenendo comunque gran parte dei guadagni accumulati nella scorsa settimana.
I dati sul lavoro statunitense inferiori alle attese e il calo dei prezzi del petrolio hanno infatti spinto gli operatori a ridimensionare le aspettative di un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve.
Anche la diminuzione del prezzo del greggio, favorita dalla riapertura dello Stretto di Hormuz e dalla prospettiva di un aumento dell’offerta OPEC+, ha contribuito ad attenuare le pressioni inflazionistiche che in precedenza avevano sostenuto le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi, penalizzando il metallo giallo.
I dati pubblicati la scorsa settimana hanno evidenziato che i nuovi occupati non agricoli negli Stati Uniti sono aumentati di sole 57.000 unità a giugno, il livello più basso degli ultimi quattro mesi e ben inferiore alle attese di mercato, pari a 110.000 unità.
Questo ha spinto gli operatori a ridurre le proprie scommesse su un rialzo dei tassi a settembre. Secondo il CME FedWatch Tool, la probabilità di un aumento dei tassi è scesa al 50%, rispetto al 66% registrato prima della pubblicazione del rapporto sul lavoro.
Dal punto di vista tecnico, l’oro si trova in una fase di accumulazione particolarmente interessante, che potrebbe aprire la strada a un ritorno verso le aree di 4.350 e successivamente 4.600 dollari l’oncia. Prima di un nuovo movimento rialzista, tuttavia, non è escluso un test di un minimo significativo in prossimità del supporto chiave situato nell’area di 3.810-3.820 dollari.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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