SETTORE TECH A RISCHIO?
Nella seduta di venerdì 30 ottobre 2026, Wall Street ha registrato una chiusura fortemente negativa, travolta da un pesante sell-off sul comparto tecnologico e dei semiconduttori.
A innescare l'ondata di vendite sono state le trimestrali e le previsioni future deludenti di alcuni grandi colossi del settore, che hanno riacceso i timori degli investitori circa l'entità dei costi legati agli investimenti nell'intelligenza artificiale.
Il Nasdaq ha guidato i ribassi, cedendo oltre il 2,7% e toccando i minimi degli ultimi tre mesi. L'S&P 500 ha chiuso in calo dell'1,82%, mentre il Dow Jones si è dimostrato il più resiliente, limitando le perdite allo 0,31%, grazie a una rotazione difensiva degli investitori.
Intel, il colosso dei semiconduttori, ha pubblicato stime sui ricavi del quarto trimestre comprese tra 15 e 16 miliardi di dollari, nettamente inferiori alle aspettative degli analisti, che prevedevano ricavi intorno ai 17 miliardi. La società ha inoltre dichiarato che la contrazione del mercato dei PC proseguirà almeno fino alla prima metà del 2027.
Le vendite hanno colpito in maniera generalizzata i semiconduttori e le Big Tech, tra cui NVIDIA, Amazon, Google e Meta. Mentre i comparti dell'informatica e delle telecomunicazioni sono stati pesantemente penalizzati, gli investitori si sono rifugiati in settori considerati più difensivi o legati ai consumi di base, come sanità ed energia.
VALUTE
Sul mercato valutario c'è ancora poco da segnalare. L'EUR/USD continua a oscillare tra 1,1120 e 1,1260, intrappolato in questo trading range a causa delle incertezze globali che, di fatto, non consentono alle price action di sviluppare una direzione più definita.
Anche l'USD/JPY rimane compreso tra 157,00 e 158,30, incapace di rompere i supporti chiave situati in area 156,00.
Il Cable resta solido in prossimità di 1,3400, mentre l'EUR/GBP mantiene un'impostazione ribassista con target sotto quota 0,8300.
Le valute oceaniche si trovano ancora in prossimità dei supporti chiave. L'AUD/NZD è salito fin quasi a 1,2600 prima di correggere parte del movimento. L'EUR/CHF continua invece a mostrare debolezza, mantenendosi poco sopra quota 0,9200.
PETROLIO IN CALO
Lunedì il prezzo del petrolio WTI è sceso di oltre il 3%, attestandosi sotto i 101 dollari al barile e annullando i guadagni della settimana precedente, mentre emergono segnali di allentamento delle tensioni grazie agli sforzi diplomatici per porre fine al conflitto in Medio Oriente.
Tale scenario continua però a contrapporsi ai timori di una possibile ripresa delle azioni militari statunitensi contro l'Iran.
Secondo alcune indiscrezioni, il presidente Donald Trump intenderebbe concedere più tempo alla diplomazia prima di decidere se riprendere gli attacchi contro l'Iran dopo le elezioni di midterm di martedì.
Nel frattempo, funzionari del Qatar e dell'Iran hanno proseguito i negoziati per il terzo giorno consecutivo, mentre i Paesi del Golfo cercano di prevenire un'ulteriore escalation nella regione.
Teheran ha ripetutamente avvertito che qualsiasi nuovo attacco provocherebbe rappresaglie contro obiettivi statunitensi e israeliani nei Paesi vicini.
Separatamente, nel fine settimana l'OPEC+ ha deciso di mantenere invariati i propri obiettivi di produzione fino a dicembre, continuando a monitorare le condizioni globali di domanda e offerta di petrolio.
ELEZIONI DI MIDTERM
In vista delle elezioni di midterm negli Stati Uniti del 3 novembre 2026, i sondaggi e i modelli previsionali indicano una tendenza favorevole al Partito Democratico, che punta a riconquistare il controllo del Congresso sottraendolo alla maggioranza repubblicana che sostiene il presidente Donald Trump.
NBC News, ad esempio, segnala che il 52% degli elettori registrati preferirebbe un Congresso a guida democratica, contro il 45% favorevole a una conferma della maggioranza repubblicana.
Anche altre rilevazioni sembrano orientare il controllo della Camera dei Rappresentanti verso i Democratici, mentre il Senato appare più competitivo, pur mostrando un lieve vantaggio per il campo progressista.
Se tale scenario dovesse concretizzarsi, per Trump diventerebbe oggettivamente più difficile governare.
GOLD: CHE SELL-OFF
Il prezzo dell'oro ha registrato un forte calo, scendendo sotto la soglia psicologica dei 4.000 dollari fino a circa 3.875 dollari alla fine della scorsa settimana.
Si tratta del peggior mese di ottobre per il metallo prezioso dal crollo finanziario del 2008. Il prezzo si trova ora oltre il 25% al di sotto del massimo storico di circa 5.595 dollari raggiunto a inizio anno, prima dell'acuirsi delle tensioni con l'Iran.
La price action non è stata determinata da una perdita del valore intrinseco del metallo, bensì da una combinazione di fattori macroeconomici che ne hanno ridotto l'attrattività nel breve termine.
In primo luogo, i rendimenti obbligazionari elevati, sostenuti da un'inflazione che mantiene alte le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi d'interesse. Quando i titoli di Stato offrono rendimenti cedolari elevati, infatti, gli investitori tendono a preferirli all'oro, che per sua natura non distribuisce cedole né interessi.
Vi è poi il tema del dollaro forte. Poiché l'oro è quotato in dollari, un biglietto verde particolarmente robusto rende il metallo più costoso per chi opera con altre valute, penalizzandone la domanda a livello globale.
Infine, non bisogna dimenticare il ruolo delle prese di beneficio. Dopo il rally del 2025 (+64%), molti investitori istituzionali e fondi speculativi stanno liquidando parte delle proprie posizioni per monetizzare i guadagni o compensare le perdite registrate in altri comparti, come quello tecnologico statunitense.
Nonostante il pesante scivolone di ottobre, la maggior parte degli analisti concorda sul fatto che il trend rialzista di lungo periodo non sia strutturalmente compromesso, ma stia attraversando una fisiologica fase di riposizionamento tecnico.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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