LA FED È HAWKISH SUI TASSI, WALL STREET RIPIEGA
La sessione di Wall Street di venerdì 28 agosto 2026 si è conclusa in territorio negativo, con gli indici statunitensi in inversione rispetto ai guadagni iniziali. A causare il cambio di direzione della price action è stato il discorso del presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, al simposio di Jackson Hole.
L'atteggiamento rigido della Fed nel contrastare un'inflazione ancora definita "elevata e preoccupante" ha parzialmente raffreddato il rally del comparto tecnologico legato all'intelligenza artificiale. Il Dow Jones ha chiuso a -0,02%, il Nasdaq a -0,52% e l'S&P 500 a -0,25%.
Il presidente della Fed ha ribadito che c'è ancora "lavoro da fare" per mitigare la pressione inflazionistica. Questo messaggio hawkish ha spinto al rialzo il dollaro e i rendimenti dei titoli di Stato, penalizzando l'azionario.
Per il momento la correzione dei listini appare quasi irrisoria, ma sembra possibile un'accelerazione ribassista qualora il sentiment del mercato rimanesse fortemente orientato verso ulteriori rialzi del costo del denaro.
Sul fronte macroeconomico, gli ultimi dati statunitensi hanno evidenziato una persistente resilienza dell'economia americana, un ulteriore elemento a favore di una Fed poco accomodante.
Anche le borse asiatiche hanno perso quota nella notte, confermando il sentiment negativo che continua a prevalere sui mercati azionari globali.
VALUTE
Sul mercato valutario si è assistito a un rinnovato rafforzamento del dollaro, in seguito al discorso dai toni decisamente restrittivi pronunciato dal presidente della Federal Reserve durante il simposio di Jackson Hole.
Le dichiarazioni hanno raffreddato le aspettative dei mercati su un allentamento monetario, riaprendo concretamente la porta a possibili rialzi dei tassi d'interesse a causa di un'inflazione definita "elevata e preoccupante".
La coppia EUR/USD ha subito un netto ritracciamento, chiudendo la sessione di venerdì sotto la soglia psicologica di 1,1600 e attestandosi in area 1,1582, con una flessione di circa lo 0,6%.
L'aumento della pressione sul cambio potrebbe spingere la moneta unica verso i successivi supporti stimati tra 1,1570 e 1,1520.
Anche la sterlina ha mostrato segnali di debolezza nei confronti della divisa statunitense. Dopo aver incontrato una resistenza a quota 1,3650, il cambio è sceso verso il supporto chiave di 1,3530.
Dal canto suo, il cambio USD/JPY ha tentato di rompere con decisione la soglia psicologica di 160,00, salvo poi correggere bruscamente per probabili prese di profitto e per il fatto che tale livello rappresenta una possibile soglia di intervento della Bank of Japan.
Di conseguenza, anche EUR/JPY ha corretto, ripiegando in area 185,20 dai massimi di venerdì a 186,00.
Poco da segnalare sul resto del mercato, con franco svizzero e valute oceaniche sostanzialmente stabili sui livelli della scorsa settimana.
PETROLIO IN SALITA
Lunedì il prezzo del petrolio WTI ha superato gli 85 dollari al barile, iniziando la settimana in rialzo dopo che l'esercito statunitense ha colpito alcuni lanciarazzi iraniani che si preparavano a posizionare mine nello Stretto di Hormuz, nel primo attacco di questo tipo da oltre un mese.
Le forze statunitensi hanno inoltre dichiarato di monitorare attentamente la via navigabile e di essere pronte a garantire il libero flusso del commercio marittimo.
Gli Stati Uniti avevano lanciato missili contro obiettivi iraniani per l'ultima volta alla fine di luglio, ma da allora hanno concentrato la propria attenzione sulle sanzioni economiche per spingere Teheran a tornare al tavolo dei negoziati.
Un funzionario iraniano ha dichiarato venerdì che una ripresa della diplomazia con gli Stati Uniti "non è impossibile", dopo colloqui considerati costruttivi con il Qatar, che svolge un ruolo di mediazione nel conflitto.
Nel frattempo, alcune fonti indicano che tra i 6 e gli 8 milioni di barili di greggio continuano a transitare ogni giorno attraverso lo Stretto di Hormuz, nonostante l'assenza di un accordo di pace tra Washington e Teheran.
GOLD
Lunedì l'oro è sceso sotto i 4.450 dollari l'oncia, prolungando il forte calo registrato nella sessione precedente in seguito alle dichiarazioni restrittive del presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, che hanno riacceso le aspettative di un imminente aumento dei tassi di interesse.
Ciò rende i titoli di Stato relativamente più attraenti rispetto all'oro che, come noto, non offre alcun rendimento.
Nel suo intervento di venerdì a Jackson Hole, Warsh ha affermato che l'inflazione non sta diminuendo in modo sufficientemente significativo e ha ribadito l'impegno della banca centrale a riportarla verso il target del 2%, sottolineando al contempo che le condizioni finanziarie non possono ancora essere considerate restrittive.
I mercati scontano ora una probabilità di circa il 57% di un aumento dei tassi di 25 punti base nella riunione di settembre, in netto aumento rispetto a circa il 40% della settimana precedente.
L'oro è rimasto inoltre sotto pressione a causa del rialzo dei prezzi del petrolio.
Dal punto di vista della performance, il metallo giallo si avvia comunque a chiudere il mese di agosto con un guadagno superiore al 10%, sostenuto in larga misura dal cosiddetto debasement trade, ossia la tendenza degli investitori a proteggersi dal rischio di svalutazione monetaria attraverso l'acquisto di asset reali e beni rifugio.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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