WALL STREET, PROVE DI TENUTA
Wall Street ha chiuso la seduta di ieri in territorio negativo, frenata dalle forti tensioni geopolitiche e dai rinnovati timori sul fronte dell'inflazione e dei tassi di interesse.
Nonostante il ribasso giornaliero causato dall'impennata dei prezzi del petrolio, i principali indici azionari statunitensi sono comunque riusciti ad archiviare il mese di agosto con un bilancio complessivamente positivo. Le perdite sono state frazionali, questo va detto, in un contesto di rinnovata incertezza.
L'S&P 500 ha chiuso a -0,33%, il Nasdaq a -0,14% e il Dow Jones a -0,56%.
In tale contesto, il rendimento dei titoli di Stato, in particolar modo del decennale, ha superato il 4,75%, livello più alto da gennaio 2025. Le ragioni sono ovviamente le medesime già ricordate ieri, ovvero le dichiarazioni hawkish di Kevin Warsh, presidente della Fed, che ha chiaramente espresso una volontà rialzista relativamente ai tassi di interesse.
Le probabilità di un rialzo dei tassi a settembre sono balzate al 57% dal precedente 45%.
VALUTE
La fase che stiamo vivendo sui tassi di cambio rimane interlocutoria, con il dollaro che per ora tiene i supporti chiave e cerca di guadagnare terreno sulle valute concorrenti.
In ogni caso, il biglietto verde non riesce neppure a sfondare al rialzo, rimanendo nel limbo di un trading range assai contenuto in termini di volatilità.
L'EurUsd, dopo il test dell'area 1,1580 nella giornata di ieri, ha recuperato quota 1,1600, senza però oltrepassare l'area di 1,1625, tornando poi a ridosso di 1,1600 nella notte.
Il carry trade a favore del dollaro rimane intatto e mantenere posizioni short su EurUsd paga ancora in termini di differenziale dei tassi, circa 0,2 pip al giorno. Ciò non è certamente sufficiente per poterlo considerare un vero carry trade ribassista, ma, qualora la Fed dovesse mantenere un atteggiamento ancora hawkish, aumenta la probabilità che tale differenziale si ampli.
Questo discorso è ancor più valido se si considera il long su UsdJpy che, tuttavia, si trova su livelli molto vicini a quelli che potrebbero indurre un intervento della BoJ, eventualmente anche congiunto con la Fed.
Ieri Scott Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha dichiarato che il governo giapponese e la Banca del Giappone adotteranno le misure necessarie per rafforzare lo yen.
UsdJpy resta a ridosso di quota 160,00, mentre EurJpy continua a muoversi nell'area di 185,50, in una fase che appare di lenta distribuzione.
Rimangono in attesa di un nuovo trigger anche gli altri cambi, con Aud e Nzd che resistono contro il dollaro e cercano di risalire verso quota 0,7200 e 0,6000 rispettivamente.
Il franco svizzero resta stabile contro euro in area 0,9400, mentre UsdChf prova ad attaccare le resistenze poste a 0,8100 e 0,8145.
JGB, MASSIMO TRENTENNALE
Martedì il rendimento dei titoli di Stato giapponesi a 10 anni è balzato oltre il 3%, raggiungendo il livello più elevato dal 1996, a seguito delle crescenti aspettative di un rialzo dei tassi da parte della Banca del Giappone già nel corso di questo mese.
L'obiettivo sarebbe quello di contrastare l'impatto della debolezza dello yen e dell'inflazione importata.
Secondo alcune indiscrezioni, il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent avrebbe esortato il primo ministro Satsuki Katayama e il governatore della BoJ, Kazuo Ueda, ad aumentare i tassi di interesse, dopo aver precedentemente affermato di aspettarsi che la banca centrale giapponese "faccia la cosa giusta".
Anche i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi hanno seguito il movimento rialzista dei Treasury statunitensi, con gli investitori che hanno incrementato le scommesse su un possibile aumento dei tassi da parte della Federal Reserve nel mese di settembre.
Nel frattempo, i prezzi del petrolio sono aumentati per il secondo giorno consecutivo, alimentando le preoccupazioni sull'inflazione e rafforzando le aspettative di una politica monetaria più restrittiva.
PETROLIO
Martedì il prezzo del WTI ha superato gli 86 dollari al barile, estendendo i guadagni della sessione precedente, mentre le rinnovate ostilità in Medio Oriente hanno alimentato le preoccupazioni per ulteriori interruzioni dei flussi energetici provenienti dalla regione.
Le forze statunitensi hanno preso di mira due lanciarazzi iraniani sull'isola di Larak, mentre Teheran ha risposto con attacchi contro gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, segnando la ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran dopo circa un mese di relativa calma.
Il presidente Donald Trump ha inoltre esteso le minacce militari all'isola di Kharg, principale hub iraniano per l'esportazione di petrolio.
Nel frattempo, le spedizioni di greggio continuano a transitare attraverso lo Stretto di Hormuz e i principali produttori del Golfo, tra cui Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Kuwait e Iraq, proseguono nell'esportazione di ingenti volumi di petrolio.
Altrove, gli scioperi nelle raffinerie russe hanno ulteriormente ridotto la capacità di raffinazione globale, spingendo i margini dei prodotti raffinati verso nuovi massimi.
SETTIMANA ENTRANTE
I mercati finanziari aprono la prima settimana di settembre 2026 all'insegna della cautela e della selettività, dopo un periodo di rally che ha portato i listini vicino ai massimi storici.
Con il rientro degli operatori istituzionali dalle ferie estive e l'aumento dei volumi, la settimana si preannuncia cruciale per testare la tenuta delle valutazioni azionarie e preparare il terreno alle decisioni delle banche centrali di metà mese.
Storicamente, settembre è considerato il mese più difficile dell'anno per le borse, con rendimenti medi statisticamente negativi per i principali indici statunitensi, tra cui S&P 500, Nasdaq e Dow Jones.
Gli investitori si muovono con estrema selettività per comprendere se l'attuale combinazione di multipli azionari elevati richieda una redistribuzione del rischio verso il comparto obbligazionario.
L'epoca dei tassi bassi appare ormai superata, con i rendimenti sui mercati dei capitali che rimangono vicini ai massimi pluriennali.
A pesare sui mercati sono soprattutto i prezzi del Brent, stabilmente sopra i 90 dollari al barile, sostenuti dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che potrebbero alimentare nuove pressioni inflazionistiche e influenzare le imminenti riunioni di BCE e Federal Reserve.
L'appuntamento macroeconomico più atteso della settimana è la pubblicazione dei Non-Farm Payrolls statunitensi. Un mercato del lavoro più forte o più debole delle attese rappresenterà il parametro fondamentale utilizzato dalla Fed per decidere l'entità delle proprie mosse nella riunione di metà settembre.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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