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Inflazione USA frena i mercati, Wall Street in calo

Saverio Berlinzani
May 13, 2026

CADUTA DEGLI INDICI

 

Wall Street ha perso terreno nella giornata di ieri, in una sessione contrastata e debole, appesantita sia dal dato sull’inflazione USA, cresciuta oltre le aspettative, sia dalle continue tensioni geopolitiche legate al conflitto tra Stati Uniti e Iran.

 

Le borse hanno quindi chiuso in territorio negativo, con il Nasdaq in calo dello 0,7%. La correzione dai massimi storici ha rafforzato i timori che l’aumento dei prezzi dell’energia possa incidere negativamente sulle prospettive di crescita degli utili.

 

L’S&P 500 ha perso lo 0,16%, mentre il Dow Jones ha chiuso con un lieve progresso dello 0,11%. Il tasso di inflazione è salito oltre le attese, raggiungendo il massimo degli ultimi tre anni al 3,8%, alimentando le aspettative che la Fed non procederà a tagli dei tassi nel corso dell’anno.

 

Il quadro macro è ulteriormente complicato dal rischio di uno shock inflazionistico e dai segnali di resilienza provenienti dal mercato del lavoro. Le società legate all’intelligenza artificiale e i principali produttori di chip hanno chiuso in ribasso, interrompendo il rally recente, con Tesla, Nvidia, Amazon e Alphabet in calo di oltre l’1%.

 

VALUTE

 

Sul mercato valutario prosegue il consueto alternarsi di fasi risk on e risk off, con il dollaro che resta il principale driver dei movimenti, rafforzandosi o indebolendosi a seconda del contesto di mercato.

 

Le oscillazioni restano contenute, con range giornalieri di circa 30–40 pips. EUR/USD è sceso verso i supporti chiave in area 1,1720–1,1680, mentre le resistenze si collocano tra 1,1800 e 1,1850.

 

USD/JPY si avvicina nuovamente a quota 158,00, livello in cui potrebbe intervenire la Bank of Japan, anche se il mercato sembra voler testare apertamente la determinazione della banca centrale.

 

Debole la sterlina, penalizzata da fattori politici e dalle ipotesi di un possibile rimpasto di governo nel Regno Unito. Le valute oceaniche, invece, restano relativamente stabili, mantenendosi non lontane dai massimi di periodo.

 

INFLAZIONE USA

 

Negli Stati Uniti, l’inflazione ha mostrato una forte accelerazione ad aprile 2026, salendo al 3,8% su base annua, il livello più alto degli ultimi tre anni e superiore alle aspettative di mercato.

 

Il dato generale è in aumento rispetto al 3,3% di marzo, mentre l’inflazione core si è attestata al 2,8% su base annua. Su base mensile, i prezzi sono cresciuti dello 0,3%.

 

Il valore attuale segna un netto aumento rispetto al 2,4% di febbraio, confermando una fase di riacceleratione dei prezzi. Un’inflazione più alta del previsto tende a sostenere il dollaro nel breve termine, modificando le aspettative sui tassi di interesse, ora orientate verso un mantenimento prolungato di livelli elevati o persino possibili nuovi rialzi.

 

Tassi più alti negli Stati Uniti attirano capitali esteri alla ricerca di rendimento, aumentando la domanda di dollari rispetto ad altre valute, come l’euro. Inoltre, in un contesto di incertezza globale legata a shock energetici e tensioni geopolitiche, il dollaro continua a essere percepito come principale valuta rifugio.

 

STERLINA IN RIBASSO

 

La sterlina ha ridotto le perdite, ma rimane debole in area 1,354 contro il dollaro, allontanandosi dai massimi degli ultimi due mesi. A pesare sono l’instabilità politica nel Regno Unito e il protrarsi delle tensioni tra Stati Uniti e Iran.

 

Il Primo Ministro Keir Starmer ha dichiarato di voler rimanere in carica, nonostante le pressioni di oltre 70 parlamentari laburisti per le sue dimissioni, dopo i risultati deludenti alle elezioni locali. Gli investitori temono che un eventuale cambio di leadership possa portare a un aumento della spesa pubblica per recuperare consenso.

 

Nel frattempo, i prezzi del petrolio Brent sono saliti sopra i 105 dollari al barile dopo le dichiarazioni del presidente Trump, che ha definito “in grave pericolo” il cessate il fuoco con l’Iran. I mercati stanno ora scontando ulteriori rialzi dei tassi da parte della Bank of England, con quasi tre aumenti previsti entro la fine dell’anno.

 

PETROLIO

 

Nella notte i prezzi del petrolio WTI spot sono scesi sotto i 98 dollari al barile, interrompendo un rally durato tre giorni, nonostante il protrarsi del conflitto in Medio Oriente e la quasi completa chiusura dello Stretto di Hormuz.

 

Gli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra tra Stati Uniti e Iran non hanno ancora prodotto risultati concreti, mentre il cessate il fuoco resta fragile dopo il rifiuto da parte di Washington dell’ultima proposta iraniana.

 

Lo Stretto di Hormuz continua a essere soggetto a restrizioni da parte sia delle forze statunitensi sia di quelle iraniane, limitando significativamente i flussi globali di petrolio, gas naturale e carburanti.

 

Nel frattempo, il presidente Trump dovrebbe incontrare il presidente cinese Xi Jinping nel corso della settimana, anche se ha indicato che i negoziati commerciali avranno la priorità rispetto agli sviluppi legati al conflitto con l’Iran.

 

Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

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