IL MERCATO VUOLE CHIAREZZA
I principali indici della Borsa di Wall Street hanno concluso la seduta di ieri, 28 maggio 2026, in territorio positivo, trainati dalle notizie geopolitiche distensive tra Stati Uniti e Iran.
Il Dow Jones ha chiuso pressoché invariato (+0,05%), mentre l’S&P 500 ha registrato un +0,57%. Il Nasdaq ha invece guadagnato lo 0,91%.
Va ricordato che la sessione si era aperta con la pubblicazione dei dati statunitensi sul PCE, risultati inferiori alle attese, fattore che aveva inizialmente indotto cautela tra gli investitori.
Nel corso della giornata, tuttavia, l’ottimismo legato a un possibile accordo sul cessate il fuoco ha fornito ulteriore slancio ai listini, consentendo loro di chiudere in positivo.
USA, DATI MACRO
I dati macroeconomici statunitensi pubblicati il 28 maggio 2026 hanno delineato un quadro di rallentamento della crescita economica, accompagnato da pressioni inflazionistiche persistenti e da un mercato del lavoro in lieve raffreddamento.
Il PIL del primo trimestre, nella seconda revisione, ha segnato un +1,6% su base trimestrale annualizzata, in calo rispetto al +2,0% della stima preliminare.
Il rallentamento rispetto alle attese degli analisti è stato attribuito principalmente a una revisione al ribasso degli investimenti.
L’indice PCE (Personal Consumption Expenditures), misura dell’inflazione preferita dalla Federal Reserve sotto la guida di Jerome Powell, ha registrato un aumento dello 0,4% su base mensile, inferiore allo 0,5% atteso dal consenso.
Il core PCE (al netto di energia e alimentari) è cresciuto dello 0,2% su base mensile e del 3,3% su base annua.
Questi dati evidenziano come l’inflazione non abbia ancora raggiunto un picco definitivo, mantenendo la Fed sotto pressione.
Infine, le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione (jobless claims) hanno mostrato un aumento di 5.000 unità.
VALUTE
Sul mercato valutario si registrano ancora pochi movimenti significativi, con le principali valute inserite in range di consolidamento.
L’unica eccezione è rappresentata dal NZD/USD, che dopo mesi di debolezza sta iniziando a mostrare segnali di ripresa, sostenuto anche da dati macroeconomici in miglioramento.
L’indice di fiducia dei consumatori ANZ-Roy Morgan è salito a 86,5 a maggio 2026, rispetto agli 80,3 di aprile. Si tratta di un aumento di 6 punti su base mensile, sebbene il dato rimanga inferiore di 21 punti rispetto al picco di gennaio.
La quota di famiglie che ritiene favorevole l’acquisto di beni per la casa—indicatore chiave per il settore retail—è migliorata di 5 punti, attestandosi al -20%.
Il NZD/USD si avvicina ora all’importante livello di 0,6000.
Nel frattempo, EUR/USD rimane nel range 1,1590–1,1660, mentre il Cable (GBP/USD) si è mosso tra 1,3370 e 1,3510.
USD/JPY continua a oscillare sopra 159,00, senza riuscire a rompere al rialzo l’area 159,50–159,60, anche a causa dei timori di un possibile intervento della BOJ.
Poche novità anche per il franco svizzero, con EUR/CHF stabile tra 0,9100 e 0,9160.
PETROLIO
Venerdì, i futures del petrolio WTI sono scesi verso gli 88 dollari al barile, confermando la tendenza a chiudere il mese in netto calo.
A pesare sui prezzi sono state le indiscrezioni su un possibile accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran per estendere il cessate il fuoco di 60 giorni e garantire la libera navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.
Secondo le stesse fonti, l’Iran si impegnerebbe anche a bonificare il canale dalle mine entro 30 giorni.
Tuttavia, il presidente Donald Trump non ha ancora approvato formalmente i termini dell’intesa, mentre il vicepresidente J.D. Vance ha sottolineato che resta incerta la tempistica di un eventuale accordo definitivo.
Il petrolio statunitense ha perso oltre il 12% dall’inizio del mese, in un contesto di crescente ottimismo sul possibile raggiungimento di un’intesa, pur in presenza di ostacoli rilevanti, tra cui le ambizioni nucleari iraniane, il controllo dello Stretto di Hormuz e il tema delle sanzioni.
ORO IN RIPRESA
L’oro, dopo aver toccato nella mattinata di ieri i minimi in area 4.365 dollari l’oncia, è risalito recuperando quota 4.500 dollari.
Il rimbalzo è stato favorito dalle notizie di un possibile accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran, che hanno contribuito ad attenuare le preoccupazioni legate all’inflazione e ai tassi di interesse.
Il metallo prezioso aveva subito forti pressioni di vendita dalla fine di febbraio, quando il rialzo dei prezzi del petrolio—innescato dal conflitto—aveva alimentato timori inflazionistici e rafforzato le aspettative di una politica monetaria più restrittiva.
Nel frattempo, si prevede che la Federal Reserve manterrà i tassi invariati nel corso dell’anno, anche se i policymaker continuano a segnalare rischi persistenti sul fronte inflazionistico.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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