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Analisi di mercato

Mercati in tensione tra Fed, dollaro e stallo Cina‑USA

Saverio Berlinzani
May 18, 2026

CINA‑USA, NULLA DI FATTO

 

Scarsi i risultati del vertice tra Stati Uniti e Cina, dal quale francamente ci si aspettava di più. Tra gli ultimi sviluppi, il presidente Donald Trump ha avvertito l’Iran di “darsi una mossa” o di subirne le conseguenze, dopo aver lasciato Pechino senza aver ottenuto progressi significativi né sul fronte commerciale né su quello geopolitico, in particolare in relazione a una possibile fine del conflitto e alla riapertura dello Stretto di Hormuz.

 

A ciò si aggiunge il fatto che gli ultimi dati sull’indice dei prezzi al consumo (CPI) e alla produzione (PPI) negli Stati Uniti, pubblicati la scorsa settimana, indicano che lo shock dei prezzi dell’energia sta alimentando l’inflazione generale. Questo ha portato gli operatori a escludere completamente qualsiasi taglio dei tassi da parte della Federal Reserve nel corso dell’anno.

 

Si torna anzi a parlare di un possibile rialzo dei tassi entro la fine del 2026. Gli investitori attendono ora i verbali dell’ultima riunione del FOMC e i dati preliminari sull’indice PMI statunitense per ulteriori indicazioni sulle prospettive di politica monetaria e sull’andamento dell’attività economica.

 

WALL STREET IN CALO

 

La seduta di Wall Street di venerdì 15 maggio 2026 si è chiusa in netto ribasso. I listini americani hanno registrato una brusca correzione, allontanandosi dai massimi storici raggiunti nei giorni precedenti.

 

Il Dow Jones ha perso l’1,07%, mentre S&P 500 e Nasdaq hanno chiuso rispettivamente a -0,91% e -1,19%. Il trend di fondo resta comunque rialzista, ma hanno deluso le aspettative degli investitori sia gli scarsi risultati del vertice USA‑Cina sia il balzo dei rendimenti obbligazionari, che ha riacceso i timori di un’inflazione persistente, mettendo a rischio il rally dei mesi precedenti.

 

La sessione ha inoltre coinciso con il passaggio formale di consegne alla Federal Reserve: Jerome Powell ha concluso il proprio mandato, lasciando la guida dell’istituto a Kevin Warsh.

 

La delusione dei mercati deriva anche dall’assenza di progressi a Pechino in merito alla fine delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, con una tensione che rischia di aumentare ulteriormente nelle prossime ore.

 

Nel frattempo, il petrolio ha continuato a salire, portandosi nella parte alta del trading range recente, con il WTI in area 104 dollari e il Brent intorno a 108,50.

 

VALUTE

 

Sul mercato valutario la tensione è in aumento, con il dollaro protagonista, in particolare contro lo yen giapponese.

 

USD/JPY ha superato quota 159,00, livelli che potrebbero spingere la Bank of Japan a intervenire, forse anche in coordinamento con altre banche centrali, per limitare l’indebolimento della valuta giapponese e inviare un segnale ai mercati.

 

EUR/USD si mantiene a ridosso di 1,1600, con possibili estensioni verso 1,1500. Il cable scende verso area 1,3300, con target potenziale a 1,3150.

 

Le valute oceaniche risultano in calo, con AUD/USD in area 0,7100 e NZD/USD intorno a 0,5820. Interessante anche l’evoluzione del cross EUR/JPY, che potrebbe indebolirsi in caso di un intervento della BoJ.

 

Nel complesso, il dollaro è tornato protagonista sia per il differenziale di rendimento rispetto alle altre valute sia per il suo ruolo di valuta rifugio in un contesto globale particolarmente incerto.

 

Anche l’indice del dollaro ha superato quota 99,3, raggiungendo i livelli più alti delle ultime sei settimane. Le pressioni inflazionistiche legate al conflitto in Medio Oriente rafforzano infatti le aspettative di un possibile rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve entro la fine dell’anno.

 

CINA: VENDITE AL DETTAGLIO

 

Ad aprile 2026, le vendite al dettaglio in Cina sono aumentate dello 0,2% su base annua, rallentando bruscamente rispetto all’1,7% di marzo e risultando ben al di sotto delle attese del +2,0%.

 

Si tratta della crescita più debole da dicembre 2022, a causa dell’impatto del conflitto in Iran sulla domanda dei consumatori. La debolezza si è manifestata soprattutto negli acquisti di beni durevoli, con le vendite di automobili in calo del 15,3%.

 

Su base mensile, le vendite sono diminuite dello 0,5%, dopo il -0,1% registrato a marzo. Nel periodo gennaio‑aprile, la crescita complessiva si attesta all’1,9%. Il cambio USD/CNH rimane stabile in area 6,8000.

 

PETROLIO

 

Lunedì i prezzi del WTI hanno superato i 103 dollari al barile, consolidando i guadagni della scorsa settimana. Lo stallo nei colloqui tra Stati Uniti e Iran e la quasi totale chiusura dello Stretto di Hormuz continuano infatti a sostenere le quotazioni.

 

Il presidente Trump ha avvertito che Teheran ha poco tempo per raggiungere un accordo, mentre i media iraniani sottolineano come le posizioni delle due parti restino profondamente distanti.

 

Nel fine settimana si sono inoltre verificati attacchi a infrastrutture energetiche nel Golfo Persico, tra cui un impianto negli Emirati Arabi Uniti, alimentando ulteriori preoccupazioni sull’offerta globale.

 

Parallelamente, l’amministrazione statunitense ha lasciato scadere le autorizzazioni per alcune vendite di greggio russo, aumentando la pressione su un mercato già teso.

 

Il vertice tra Trump e Xi della scorsa settimana si è concluso senza risultati concreti sulla riapertura dello Stretto di Hormuz.

 

GOLD ANCORA IN CALO

 

L’oro continua a perdere terreno, penalizzato dal rialzo dei rendimenti obbligazionari, che ne riduce l’attrattività in quanto asset privo di rendimento.

 

Il metallo prezioso è sceso anche sotto i 4.500 dollari l’oncia, dopo un calo di quasi il 4% nella scorsa settimana. Il movimento è legato alle crescenti evidenze che lo shock energetico proveniente dal Medio Oriente stia alimentando pressioni inflazionistiche più diffuse, rafforzando le aspettative di politiche monetarie più restrittive.

 

A pesare ulteriormente sono stati il forte apprezzamento del dollaro e l’aumento dei rendimenti dei Treasury, alimentati da dati sull’inflazione statunitense superiori alle attese, che hanno portato gli investitori a escludere tagli dei tassi della Fed nel 2026.

 

Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

 

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