NON È RISK OFF, MA NEPPURE RISK ON
È difficile, in questo periodo, valutare lo stato di tensione del mercato. Da un lato vi sono asset che reagiscono come se fossimo in una fase di avversione al rischio; dall’altro, invece, alcuni si muovono chiaramente in modalità risk on, come l’equity o lo stesso indice VIX, che rimane costantemente sotto quota 20 punti.
Certo è che stiamo osservando un inasprimento delle tensioni nello Stretto di Hormuz, che ieri ha causato una correzione dei mercati azionari USA, dopo giorni e giorni di rialzi. Contestualmente, il prezzo del petrolio è salito, a causa dei timori che una prolungata chiusura del canale navigabile possa aggravare le interruzioni nell’approvvigionamento energetico, aumentando l’inflazione e rallentando la crescita economica.
Le borse hanno chiuso in rosso: Dow Jones e S&P 500 hanno terminato la seduta a -0,4%, mentre il Nasdaq ha perso lo 0,9%, interrompendo il recente rally. Il tutto è avvenuto a causa della mancanza di progressi nel conflitto tra Stati Uniti e Iran.
I prezzi del petrolio e dei prodotti raffinati sono rimasti elevati, poiché il sequestro di navi mercantili nel Golfo Persico da parte dell’Iran ha offuscato le prospettive di un accordo con Washington.
I titoli tecnologici hanno subito una flessione, ridimensionando la sovraperformance di ieri, a causa dei risultati contrastanti delle società più speculative nel settore dell’intelligenza artificiale. Tesla ha perso il 2%, riflettendo lo scetticismo sull’annuncio di maggiori investimenti in AI e robotica.
Anche ServiceNow è crollata del 15%, sotto pressione per i ricavi da abbonamento, penalizzati dalle tensioni geopolitiche. Microsoft, Meta e Oracle hanno perso fino al 4%.
D’altro canto, Texas Instruments ha registrato un’impennata del 10% dopo aver pubblicato previsioni ottimistiche. American Airlines e Intel pubblicheranno i loro risultati dopo la chiusura dei mercati.
VALUTE E ORO
È tornata – finalmente – la correlazione storicamente inversa tra dollaro e oro. Il biglietto verde è in rialzo contro euro, sterlina e altre valute, mentre l’oro prosegue nella sua lenta ma progressiva correzione, scendendo a 4.675 dollari l’oncia.
Il dollaro si rafforza sia per ragioni legate alle tensioni in Medio Oriente, sia perché i dati macroeconomici stanno mostrando una resilienza superiore a quanto ci si potesse aspettare solo poche settimane fa.
È chiaro che gli Stati Uniti siano comunque in una fase di rallentamento economico, ma sorprende l’analisi che viene fatta sui tassi di interesse quando si afferma che la BCE alzerà due volte il costo del denaro mentre la Fed lo abbasserà a fine anno.
Non sembrano infatti esserci le condizioni per una riduzione della forbice dei tassi tra Europa e Stati Uniti. Al contrario, si osserva un acuirsi delle differenze nei fondamentali macro, con gli USA decisamente più resilienti rispetto a un’Europa in cui anche la Germania, tradizionale locomotiva del continente, mostra segnali di rallentamento.
L’EUR/USD non è lontano dai supporti chiave in area 1,1650, mentre il Cable si avvicina alla zona 1,3420–1,3430.
L’USD/JPY si avvicina pericolosamente ai livelli di possibile intervento della BoJ, soprattutto dopo la pubblicazione di un’inflazione giapponese in rialzo, con rendimenti del decennale al 2,44%.
Leggere correzioni sono in atto anche per AUD, NZD e CAD, con il cross AUD/NZD vicino a resistenze tecniche rilevanti.
PETROLIO
I futures sul petrolio WTI sono saliti a circa 95,5 dollari al barile giovedì, estendendo i guadagni per la quarta sessione consecutiva, mentre persistono le tensioni tra Stati Uniti e Iran.
Il presidente statunitense Trump ha ordinato alla Marina USA di colpire qualsiasi nave che posi mine nello Stretto e si è impegnato a intensificare gli sforzi per garantire la sicurezza della via navigabile.
In precedenza, aveva esteso il cessate il fuoco a tempo indeterminato in attesa di una nuova proposta, pur mantenendo il blocco navale.
L’Iran, tuttavia, non ha segnalato un’immediata disponibilità a negoziare, viste le continue restrizioni navali statunitensi sui propri porti. Il conflitto continua quindi a interrompere i flussi provenienti dai produttori del Golfo, riducendo l’offerta globale.
USA, PMI IN RIALZO
L’indice PMI composito preliminare statunitense di S&P Global è salito a 52 nell’aprile 2026, il valore più alto degli ultimi tre mesi, rispetto al 50,3 di marzo, che rappresentava il minimo dall’agosto 2023.
Il dato segnala una lieve ripresa dell’attività economica statunitense dopo lo scoppio della guerra in Medio Oriente. Tuttavia, nonostante l’aumento, il ritmo complessivo di espansione resta contenuto nel settore dei servizi (51,3 contro 49,8), dove la domanda ha mostrato segnali di debolezza.
La produzione manifatturiera ha invece registrato il maggiore incremento degli ultimi quattro anni (55,7 contro 53,2). Tale aumento riflette in parte l’accumulo di scorte, legato alle preoccupazioni sulla disponibilità di approvvigionamento e all’aumento dei prezzi.
UK, FIDUCIA DEI CONSUMATORI
L’indice di fiducia dei consumatori GfK del Regno Unito è sceso di quattro punti, attestandosi a -25 nell’aprile 2026. Si tratta del calo più consistente in un anno e del livello più basso dall’ottobre 2023, inferiore alle attese del mercato, che prevedeva un valore di -24.
Il brusco peggioramento riflette le crescenti preoccupazioni per le ripercussioni economiche dell’escalation delle tensioni in Medio Oriente, con un clima di pessimismo che si diffonde sia sulle finanze personali sia sull’economia britannica nel suo complesso.
Le famiglie sono sempre più preoccupate per l’aumento dei prezzi, in particolare quelli dei carburanti, che stanno mettendo a dura prova i bilanci domestici, e per la prospettiva di ulteriori rincari nei prossimi mesi.
Saverio Berlinzani, analista ActivTrades
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