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Mercati cauti tra tensioni geopolitiche e petrolio

Saverio Berlinzani
May 05, 2026

MERCATI IN ATTESA DELLA PACE

 

Wall Street ha chiuso la sessione di ieri in leggero territorio negativo, appesantita dalle tensioni geopolitiche e dalle possibili conseguenze che un’ulteriore impennata del prezzo del greggio potrebbe avere sui prezzi e sull’approvvigionamento energetico.

 

Il Dow Jones ha chiuso in calo dell’1,13%, trascinato dalle blue chip, mentre S&P 500 e Nasdaq hanno registrato ribassi più contenuti, rispettivamente dello 0,41% e dello 0,19%.

 

A pesare è soprattutto la questione mediorientale, dopo lo scambio di attacchi reciproci tra Stati Uniti e Iran tra lo Stretto di Hormuz e il Golfo di Oman, con gli americani impegnati ad aprire un varco per le navi mercantili attraverso lo stretto.

 

Al momento non sembrano emergere progressi nei colloqui per una soluzione pacifica. Tuttavia, i mercati, pur mantenendo un atteggiamento prudente, mostrano di confidare in una de‑escalation, evitando movimenti marcati verso il risk off.

 

Lo stesso indice VIX rimane sotto quota 20, soglia psicologica che divide l’avversione dall’appetito per il rischio.

 

VALUTE

 

Il dollaro resta la valuta rifugio preferita in questo contesto di incertezza, anche se tende a indebolirsi rapidamente non appena si intravedono spiragli di pace.

 

Il cambio EUR/USD resta confinato tra 1,1650 e 1,1750, così come il cable si muove tra 1,3480 e 1,3580. USD/JPY stabile in area 157,30, con la BoJ sempre pronta a intervenire almeno verbalmente per difendere lo yen da attacchi speculativi.

 

Le valute oceaniche resistono, soprattutto dopo il rialzo dei tassi operato dalla RBA. Poco da segnalare sugli altri cambi, che restano in attesa di catalizzatori in grado di modificare gli equilibri attuali.

 

PETROLIO STABILE

 

Martedì il prezzo del petrolio WTI si è mantenuto stabile, sopra i 100 dollari al barile, dopo l’impennata di oltre il 4% registrata nella sessione precedente a causa dell’intensificarsi delle tensioni in Medio Oriente.

 

Stati Uniti e Iran si sono scambiati colpi di arma da fuoco nello Stretto di Hormuz, aumentando l’incertezza sulla tenuta del cessate il fuoco in vigore da quattro settimane. Le forze statunitensi hanno respinto gli attacchi iraniani mentre scortavano due navi battenti bandiera americana, affermando di aver difeso tutte le imbarcazioni commerciali da droni e piccole unità impiegate da Teheran.

 

Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti hanno comunicato di aver intercettato missili iraniani e confermato un incendio presso il terminal petrolifero di Fujairah.

 

L’escalation segue l’annuncio del presidente Trump di piani per ripristinare la navigazione nello Stretto di Hormuz e fornire supporto alle navi bloccate. Tuttavia, gli armatori restano cauti a causa degli elevati rischi per la sicurezza.

 

La situazione suggerisce che la rotta potrebbe rimanere chiusa fino al raggiungimento di un accordo tra Stati Uniti e Iran, mantenendo i mercati in allerta sul rischio di ulteriori rialzi dei prezzi energetici.

 

RBA: TASSI IN RIALZO

 

La Reserve Bank of Australia ha aumentato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli al 4,35%, nella riunione della notte scorsa. La decisione, in linea con le attese di mercato, segue il rialzo di marzo ed è passata con una maggioranza netta di 8 voti contro 1.

 

L’intervento è stato motivato da un’accelerazione dell’inflazione, trainata dall’aumento dei prezzi di carburanti e materie prime legato al conflitto in Medio Oriente. Le imprese stanno iniziando a trasferire i maggiori costi sui consumatori, mentre le aspettative di inflazione continuano a salire.

 

Le nuove proiezioni indicano un picco inflattivo superiore alle attese, seguito da un rallentamento della domanda. Le prospettive restano incerte, con rischi al rialzo qualora le tensioni geopolitiche dovessero persistere.

 

Il Consiglio ha ribadito un approccio fortemente data‑dependent, ritenendo probabile che l’inflazione rimanga sopra il target. L’AUD/USD è in correzione dopo i rialzi verso area 0,7225 registrati nella sessione precedente.

 

ORO ANCORA IN FLESSIONE

 

Martedì l’oro si è mantenuto intorno ai 4.530 dollari l’oncia, dopo un calo di quasi il 2% nella seduta precedente. Il metallo resta sotto pressione a causa dell’impennata dei prezzi energetici e del conseguente aumento dei timori inflattivi.

 

Un contesto di inflazione elevata potrebbe costringere le banche centrali a mantenere o alzare i tassi, penalizzando l’oro, che non offre rendimento rispetto alle obbligazioni.

 

Sul fronte geopolitico, gli Stati Uniti hanno respinto attacchi iraniani durante la scorta a navi commerciali nello Stretto di Hormuz, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno riferito di missili intercettati e attribuito a droni iraniani un grave incendio nel porto di Fujairah.

 

L’ultima escalation mette in dubbio la tenuta del cessate il fuoco e ha contribuito a un forte rialzo dei rendimenti obbligazionari globali. Dall’inizio della guerra, alla fine di febbraio, il prezzo dell’oro ha perso complessivamente quasi il 15%.

 

Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

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