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Mercati in rialzo, rallenta il lavoro USA

Saverio Berlinzani
October 05, 2026

RALLENTA IL MERCATO DEL LAVORO USA


I dati macroeconomici degli Stati Uniti, pubblicati venerdì 2 ottobre 2026 e relativi al mese di settembre, hanno evidenziato un forte rallentamento del mercato del lavoro, risultando ampiamente inferiori alle stime degli analisti.


I Non Farm Payrolls sono cresciuti di sole 29 mila unità, contro le 90 mila attese dal consenso degli economisti. Inoltre, il dato del mese precedente, agosto, è stato rivisto al ribasso a 133 mila unità.


Anche il tasso di disoccupazione è salito a sorpresa al 4,2%, rispetto al 4,1% atteso e al 4,1% della precedente rilevazione.


I dati, più deboli del previsto, hanno raffreddato le aspettative di un possibile aumento dei tassi d'interesse da parte della Federal Reserve, provocando un immediato calo dei rendimenti dei Treasury e favorendo il rialzo dei listini azionari e delle criptovalute.


WALL STREET


Venerdì i principali indici di Wall Street hanno chiuso la seduta in territorio positivo, sostenuti dai dati sull'occupazione statunitense inferiori alle attese, che hanno rafforzato le prospettive di una pausa della Federal Reserve sul fronte dei tassi.


Tra i principali listini, il Dow Jones ha guadagnato lo 0,49%, l'S&P 500 ha registrato una variazione dello -0,27%, mentre il Nasdaq Composite è salito dello 0,24%.


La giornata ha favorito anche i mercati europei, che hanno chiuso in rialzo grazie alla flessione del prezzo del petrolio e al calo dei rendimenti obbligazionari.


Anche in Asia, durante la notte, i principali indici hanno mostrato segnali di recupero. Tuttavia, i rendimenti restano elevati e gli investitori mantengono un atteggiamento prudente.


VALUTE: EURO A PICCO


Da settimane sosteniamo che l'Europa sia l'area economica destinata a pagare il prezzo più elevato delle tensioni in Medio Oriente. In particolare, l'euro ha violato il livello di 1,1210 contro il dollaro e sembra ora diretto verso quota 1,0750, importante supporto di medio e lungo periodo.


L'Europa appare più vulnerabile rispetto ad altre aree economiche perché i dati macroeconomici continuano a peggiorare, segnalando un rallentamento dell'attività economica, mentre la BCE prosegue nella sua politica di rialzo del costo del denaro. Una situazione che potrebbe alimentare rischi di stagflazione nel Vecchio Continente.


Non è soltanto l'EUR/USD a essere sotto pressione. Anche l'EUR/GBP è sceso fino a 0,8460, così come l'EUR/JPY e gran parte dei cross della moneta unica.


In questo contesto, la svalutazione dell'euro sembra rappresentare l'unica via di aggiustamento possibile.


Rimane contenuta la volatilità sulle altre principali coppie valutarie. Le valute oceaniche continuano comunque a perdere terreno, mentre il dollaro canadese resta sotto pressione nei confronti del biglietto verde.


L'USD/JPY è tornato sopra quota 158,00 e si mantiene non lontano da livelli che potrebbero spingere la Bank of Japan a valutare un nuovo intervento sul mercato.


IL BRENT CORREGGE


Il Brent è sceso verso i 101 dollari al barile, cedendo parte dei guadagni accumulati nella settimana precedente. I segnali di un aumento dell'offerta globale hanno infatti prevalso sulle preoccupazioni legate ai persistenti rischi geopolitici in Medio Oriente.


Venerdì i Paesi del G7 hanno concordato il rilascio di 100 milioni di barili di greggio e diesel dalle riserve strategiche, impegnandosi al contempo a non introdurre restrizioni alle esportazioni energetiche.


Nel fine settimana, i principali membri dell'OPEC+ hanno inoltre deciso di mantenere invariate le quote produttive per il prossimo mese, nonostante le prolungate interruzioni delle forniture causate dal conflitto in Medio Oriente.


Nel frattempo, i dati hanno mostrato che le esportazioni di greggio dal Golfo Persico hanno superato i livelli precedenti al conflitto in quattro dei sette giorni dell'ultima settimana di settembre, malgrado le difficoltà nello Stretto di Hormuz e le tensioni tra Stati Uniti e Iran.


Anche il WTI è sceso sotto i 90 dollari al barile, ma resta ampio il differenziale rispetto al Brent, superiore ai 10 dollari.


GOLD


L'oro si è stabilizzato intorno ai 4.150 dollari l'oncia nelle ultime ore, dopo le pressioni ribassiste registrate nella seduta precedente.


A sostenere il metallo giallo hanno contribuito i dati sull'occupazione statunitense, inferiori alle attese, che hanno ridotto le pressioni sulla Federal Reserve affinché proceda con ulteriori rialzi dei tassi.


I mercati attribuiscono ora una probabilità vicina all'80% a una conferma dell'attuale politica monetaria nel corso di questo mese, mentre le aspettative di un rialzo a dicembre restano intorno al 69%.


Nel frattempo, gli elevati rendimenti dei Treasury continuano a rappresentare un ostacolo per i metalli preziosi, con il rendimento del decennale statunitense che rimane vicino ai massimi livelli dal 2002.


Dal punto di vista tecnico, il gold si trova ancora in una fase correttiva e potrebbe avere come obiettivo l'area dei 3.960 dollari l'oncia, importante supporto di medio termine. Per il momento il metallo fatica a recuperare terreno poiché gli elevati rendimenti obbligazionari continuano ad attrarre l'interesse degli investitori, considerato che l'oro non offre alcun rendimento cedolare.


Saverio Berlinzani, analista ActivTrades

 

 

 

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